Quella volta che un refuso mi fece ridere

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Una vocale fuori posto

È successo in un momento in cui non avevo nessuna voglia di ridere.

Giornata storta di quelle vere, quelle infelici senza dramma. Stanchezza stratificata, piccoli fastidi che si sommano, la testa piena come un armadio in cui chiudi tutto a spinta sperando che non cada niente. E in mezzo a quel genere di umore – quello in cui prendi tutto sul personale, ti leggi male, ti giudichi peggio – stavo scrivendo.

Scrivere, quando sei così, è rischioso. Sei troppo vicino al bordo, dici troppo, ti fai più male di quanto ti curi. Però io scrivo lo stesso. A volte è l’unica cosa che impedisce allo schifo di diventare veleno.

E quindi scrivevo. Ero serio. Pesante. Tragico in modo quasi ridicolo. Stavo mettendo giù una frase che per me in quel momento era enorme, tipo “non riesco più a tenere insieme la calma”, una roba così, ma con più enfasi, più buio, più “questa è la verità definitiva della mia condizione emotiva oggi”.

Solo che le dita, invece di scrivere “calma”, hanno scritto “calma” con una “u”.

“Non riesco più a tenere insieme la culma”.

Mi sono fermato.

L’ho riletto.

L’ho riletto ancora.

E ho riso. Ho riso da solo, in quella stanza, in un pomeriggio che fino a trenta secondi prima mi sembrava irrimediabile.

Era proprio una risata fisica, di pancia. Non un sorriso tenero. Non un “che buffo”. No. Una risata vera, sporca, quasi cattiva, quella che ti scappa quando qualcosa ti prende alla sprovvista e ti fa cadere il tono da eroe tragico. Ho riso della mia culma.

E la cosa assurda è che quel refuso, quella lettera sbagliata, ha fatto più per me di qualsiasi discorso motivante.

Un errore stupido ha aperto una fessura nella serietà con cui mi stavo condannando.

Per la prima volta in ore, mi sono visto da fuori.

Prenderci troppo sul serio fa più male del dolore stesso

C’è una cosa che la scrittura fa, se la lasci fare: ti specchia. Ti rimette davanti a te. A volte con dolcezza, a volte con brutalità, a volte con ironia.

Quella volta è stata ironia.

Io ero lì, immerso nella mia tragedia privata, dichiarando la mia disfatta interiore come se stessi leggendo una lettera di addio all’umanità, e poi all’improvviso, boom: “culma”. Una parola che non esiste, che suona male, che rovina tutto il pathos. Una parola che praticamente mi guarda e mi dice: davvero volevi fare la tragedia greca per questo?

Mi ha tolto la posa.

La verità è che certe volte non è il dolore che ci schiaccia. È la serietà con cui raccontiamo quel dolore a noi stessi.

Ci montiamo addosso. Ci mettiamo luci di scena. Ci consegniamo ruoli. Vittima assoluta. Anima incompresa. Persona che non ce la fa più e nessuno capisce. E mentre lo facciamo, ci crediamo, e più ci crediamo più affoghiamo.

Poi arriva una consonante sbagliata e ci sputtana l’intero impianto drammatico.

E meno male.

Ridere di sé non è mancanza di rispetto verso il proprio dolore. È impedirgli di diventare identità.

Quella volta io non ho riso del fatto che stavo male. Ho riso del modo in cui stavo cercando di trasformare quel male in monumento.

È diverso.

È sano.

In quel refuso c’era una lezione piccola e precisa: non tutto quello che senti merita subito una targa celebrativa.
A volte merita uno sbuffo e un “ok, respira, va bene così, non fare il poeta dell’apocalisse per ogni cosa”.

La risata è stata una forma di respiro.

I refusi sono verità che scappano

Mi sono accorto di una cosa, da allora: i refusi spesso dicono la verità prima ancora che la dica tu.

Quella parola “culma”, così comica, era già una specie di confessione. Perché in fondo io stavo facendo proprio quello: tenere insieme una massa informe, un grumo di nervi e di stanchezza e di rancore accumulato, qualcosa che non aveva più la grazia della calma e non aveva ancora l’esplosione della rabbia. Una roba goffa, impastata, poco elegante. Sì, in effetti, una culma.

Il corpo a volte sa nominare le cose meglio di noi.

Le dita, quando scrivi di getto, sanno più della tua testa, perché non stanno ancora ripulendo per renderti presentabile. E quindi vengono fuori parole che sembrano errori ma sono radiografie.

Il primo getto è sempre più sincero della versione riletta.

Poi noi arriviamo e correggiamo, ed è giusto, è necessario – nessuno vuole vivere per sempre nel flusso confuso del primo getto – ma è bello, ogni tanto, fermarsi e guardare quello che è uscito prima del filtro. Perché lì dentro spesso c’è il grezzo, il nucleo, la roba non trattata.

È come sentire la tua voce senza compressore.

E guardare quella voce nella sua forma grezza può fare due cose, entrambe importanti:
ti può ferire con una verità che non avevi il coraggio di dire, oppure ti può salvare da quanto ti stavi prendendo sul serio.

Quel giorno è stata la seconda.

Mi ha ricordato la cosa più semplice e più difficile da accettare: io non sono il mio momento peggiore.
Nessuno lo è.
Per quanto dentro quel momento sembri tutto assoluto, eterno, definitivo, identitario.

La risata ha detto: passa.
La versione serissima della frase diceva: finita.
La risata diceva: passa.

E passare non è minimizzare. Passare è avere una durata. Avere una durata vuol dire che non sei condannato.

La risata ti restituisce il tempo.

La cura laterale

È curioso come spesso cerchiamo la cura sempre frontale, sempre alta, sempre pulita. Ci diciamo che ci salverà una frase giusta, un libro importante, una chiamata profonda con qualcuno che ci capisce fino in fondo. A volte sì. A volte funziona.

Ma a volte la cura arriva di lato. Storta. Ridicola.

A volte è un errore di battitura.

A volte è l’accento sbagliato in un messaggio troppo serio. A volte è l’autocorrettore che trasforma “mi sento vulnerabile” in “mi sento venerabile”. A volte è il modo in cui scrivi “ti odio” e ti esce “ti odino” e capisci che stai litigando con un pluralissimo immaginario, non con quella persona. E ridi. E improvvisamente la tensione che ti stava per rompere in due si abbassa di tre tacche.

Non è guarigione. È allentamento.

E l’allentamento basta per non fare un gesto stupido.

Questo secondo me vale la pena dirlo chiaro: a volte non abbiamo bisogno di essere felici. Abbiamo bisogno solo di non fare il danno irreversibile di quel momento.
Se una risata ti fa evitare quel danno, è già salvezza.

Quella volta, senza quella piccola crepa di umorismo, io avrei continuato a scrivere nella modalità martirio. Mi sarei risucchiato da solo più in fondo. Mi sarei creduto. Avrei preso sul serio la mia stessa tragedia lampo. E quando inizi a crederti troppo nella versione peggiore di te, diventi pericoloso per te e per gli altri.

La risata mi ha riportato fra gli esseri umani.

Ha detto: “Tranquillo. Sei solo stanco, non sei speciale nella rovina.”

Sembrerà dura, ma è dolce.

Il dolore condiviso ti umanizza. Il dolore messo in cornice ti isola.

Quel refuso mi ha tolto la cornice.

Tenere gli errori

Da allora ho iniziato a fare una cosa che prima non facevo: non correggo tutto subito.

Quando scrivo per me, tengo gli errori. Li lascio lì. A volte li cerchio. A volte ci scrivo accanto “ok, respira”. È un modo per ricordarmi due fatti semplici.

Primo: non sono perfetto quando sento. Non devo esserlo quando scrivo.
Secondo: mi posso prendere meno sul serio senza smettere di prendermi cura di me.

Perché questa è la paura che abbiamo quando qualcuno ci dice “dai, fatti una risata”: la paura che ridendo ci stiamo mancando di rispetto. Che stiamo buttando via il dolore per non guardarlo. Che ci stiamo dicendo “non vale niente, smettila”. È per questo che quella frase detta dagli altri irrita. Suona come “non hai diritto a stare così”.

Ma ridere di un refuso non è ridere del fatto che stavi male. È ridere della messa in scena con cui il male cercava di coronarsi re e sedersi sul trono.

E togliere la corona al dolore, certe volte, è l’unico modo di non dargli tutto il regno.

Quella volta che una “u” si è infilata dove non doveva, mi ha ricordato che io sono ancora capace di ridere anche quando non pensavo di esserlo. E questa, detta semplice, è una delle definizioni più concrete di speranza che conosco.

Speranza non è credere che tutto andrà bene.
Speranza è scoprire che dentro il buio ti è rimasto un suono vivo. Anche solo una risata strozzata.

Da fuori sembrava niente, un errore di battitura qualunque.
Dentro, era il segno che non mi ero perso del tutto.

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