Lettera al lettore che ancora non conosco

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Ti sto già parlando

Non so chi sei. Non so da dove mi stai leggendo, se mi stai leggendo da un telefono stanco alle due di notte o da una cucina in silenzio mentre qualcuno dorme nella stanza accanto e tu no. Non so quanti anni hai, cosa hai perso, cosa tieni in piedi a forza e a chi stai facendo finta che vada tutto bene.

Però ti sto già parlando da tempo.

Questa è la parte strana dello scrivere: si scrive per qualcuno che ancora non esiste, ma che si sente vicino come se fosse nella stanza. Quando metto giù certe frasi, io ti penso. Non “il pubblico”. Non “i lettori”. Proprio tu. Uno. Uno solo. Quello che arriverà un giorno, senza avvisare, e troverà la pagina esatta nel momento esatto.

Scrivere per me è questo: lasciare messaggi in bottiglia dove so – o forse spero – che prima o poi passerai.

Non è marketing. È una forma ingenua di lealtà verso una persona che ancora non conosco ma a cui devo già qualcosa.

Perché sì, te lo devo dire subito: tu, che ancora non ti vedo in faccia, mi stai già tenendo vivo.

Ti devo una cosa onesta

Potrei partire elegante, potrei dirti che scrivo per amore della lingua, per esplorare il senso, per restituire complessità al presente. Tutto vero, tutto carino. Ma non sarebbe abbastanza vero.

La verità è più terra: scrivo per non impazzire da solo.
Scrivo perché se non metto giù certe cose, certe cose mi rimangono dentro e diventano tossiche.

E qui entri tu.

Perché scrivere per me e scrivere per te non sono la stessa cosa. Scrivere solo per me è un atto di sopravvivenza. Scrivere anche per te è un atto di responsabilità.

Quando ti scrivo, devo essere chiaro. Devo essere preciso. Devo essere leggibile. Devo avere il coraggio di chiamare le cose col loro nome senza coprirle di zucchero ma anche senza sbattertele in faccia solo per shockarti.

In altre parole: quando ti scrivo mi obblighi a essere migliore della versione impulsiva di me stesso.

Questa è già una forma di cura reciproca, anche se ancora non ci siamo mai guardati.

Per questo ti devo una cosa onesta: io non sto cercando di darti risposte.
Non le ho. Non le avrò.

Quello che cerco di fare è stare nello stesso punto scomodo in cui stai tu, senza scappare dopo dieci secondi.

Stare. Guardare. Tenere.

A volte non abbiamo bisogno di sentirci dire che andrà bene. Abbiamo bisogno di sentire che non siamo disgustosi mentre ancora non va.

Se posso darti questo, anche solo per due minuti, abbiamo già fatto qualcosa insieme.

Non voglio insegnarti niente

Questo è importante. Non sono qui per spiegarti come vivere. Non sono interessato a mettermi in alto. Non mi piace chi parla dall’alto.

Io credo che la parola “lettore” sia stata rovinata da chi l’ha trasformata in target. Il lettore come “audience”, come “segmento”, come contenitore di bisogni a cui io dovrei rispondere da bravo fornitore di contenuti.

A me non interessa.

Per me “lettore” è un patto.

Se mi leggi, stai accettando una cosa che non è così leggera: mi stai lasciando entrare nella tua testa. Vuol dire che per qualche minuto io sarò uno dei pensieri che ti parlano da dentro. Questa è una responsabilità enorme. Mostruosa, a volte.

Se entro nella tua testa, non posso entrarci sporco.

Non posso entrare con arroganza, con manipolazione, con posa. Non posso entrare fingendo di essere invulnerabile. Non posso entrare facendo il brillante solo per farmi amare.

Ti devo rispetto.

E rispetto, nella scrittura, non vuol dire essere gentile. Vuol dire essere vero.

Essere vero è scomodo, perché comporta dirti anche quello che mi fa vergogna.

Tipo questo: scrivo anche perché ho paura di sparire.

La paura di sparire è quella parte che non ammettiamo mai apertamente perché sembra narcisismo. Ma non è tutta narcisismo. È più semplice: ho paura che quello che provo non lasci traccia, e allora forse non è mai esistito davvero.

Le parole sono la prova che è esistito.

Io scrivo per lasciare traccia che sono stato qui.
Tu leggi e, leggendomi, confermi che non mi sono immaginato tutto.

È quasi intimo quanto dormire accanto a qualcuno.

Forse ci incontriamo nel punto rotto

Io non so in che stato mi leggerai. Magari in un giorno tranquillo, con calma, quasi per curiosità. O magari in quel giorno. Quello in cui tenere tutto insieme fa male fisico.

Se è quel giorno, allora lasciami dirti questo, e lo dico piano: non sei debole. Sei stanco.
Sono due cose diverse.

Stanco è quando hai portato più peso di quanto era previsto per te, per troppo tempo, in silenzio, senza ricevuta.

Debole è un’altra cosa. E non sei quello.

Non te lo sto dicendo per farti coraggio. Te lo sto dicendo perché è vero. Lo vedo in me, lo vedo negli altri, lo vedo in chi finge di stare benissimo. Quella specie di cedimento verticale, quel “non ce la faccio più ma devo comunque continuare”, quella è stanchezza. E la stanchezza ha bisogno di voce, non di vergogna.

Scrivere serve anche a questo: togliere vergogna dalla stanchezza.

Se c’è un posto dove magari ci incontriamo davvero è qui, in questo punto rotto che entrambi facciamo finta di gestire. Io lo dichiaro, tu lo riconosci, per un attimo non siamo più due estranei completi ma due persone che si sono viste. Non capite. Solo viste.

A volte essere visti basta.

Il contrario della solitudine non è avere gente intorno. È essere visti senza dover recitare.

Se scrivo per te, è per darti questo tipo di compagnia. La compagnia senza prestazione.

Ti chiedo solo una cosa

Non credermi sempre.

Leggimi, ma non trattare ogni parola come verità definitiva. Tienimi vicino come si tiene vicino qualcuno che si rispetta ma che si sa umano. Io cambio. Io sbaglio. Io mi nego e poi mi smentisco. Io scrivo da dentro stati emotivi che a volte durano un pomeriggio e poi passano. Domani potrei pensarla diversamente. Succede anche a te.

Questo è un altro pezzo del patto: io ti parlo con onestà, tu mi leggi con misericordia.

Misericordia non è indulgenza. Misericordia è riconoscere che quello che stai leggendo è vivo. Non scolpito nel marmo. Vivo. Contraddittorio. Imperfetto.

Se mi concedi questo, io posso continuare a scriverti davvero, senza maschera. Se non me lo concedi, io inizio a fare posa. E se inizio a fare posa, ho smesso di parlarti ed è tutto inutile.

A quel punto diventerei uno che pubblica frasi per avere reazioni. Non è il mio mestiere.

Io, nella forma più onesta che conosco, voglio solo sedermi accanto a te per qualche riga e dire: guarda, io così, tu come stai.

Prima che ci conosciamo

Forse un giorno ci incontreremo dal vivo. Succede. Una presentazione, una firma, un evento, un caso. Forse ci stringeremo la mano e tu dirai il tuo nome e io dirò il mio e davanti agli altri sembrerà la prima volta.

Ma non sarà la prima volta.

Perché la prima volta è questa.

È adesso, mentre tu leggi e io sono solo una voce senza corpo nel tuo spazio, eppure sono qui. È adesso che succede la conoscenza vera: mi fai entrare nel tuo silenzio e io cerco di non fare rumore inutile.

Questa è la mia promessa, lettore che ancora non conosco:
proverò a meritare lo spazio che mi stai dando dentro di te.

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